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MILKA BADJURA


1. OTTOBRE | 16.00
Palazzo del Cinema / Kinemax

 

Regia Milka Badjura

 

Milka Badjura (nata Kunstler nel 1902; morta nel 1992) ha lasciato un'impronta indelebile nel cinema sloveno al fianco del marito Metod – prima come pioniera e successivamente come maestra del montaggio cinematografico. Molto meno noto è invece il suo contributo alla ricerca e alla rappresentazione della storia, della cultura e della geografia slovena.

Già prima della Seconda Guerra Mondiale, i coniugi Badjura iniziarono a esplorare i costumi e le tradizioni slovene in veste di cineasti amatoriali. Attraverso la loro casa di produzione, la Sava Film, gettarono le basi per la prima vera e propria produzione cinematografica in Slovenia. Agli esordi, Milka montava i film persino in cucina – naturalmente mentre si occupava di tutte le altre faccende domestiche. (Žiga Brdnik, curatore)

Il programma è realizzato in collaborazione con l'Archivio Cinematografico Sloveno, la Cineteca Slovena, il Centro Cinematografico Sloveno

12704752512563557_pomlad_v_beli_krajini_-1.jpgPRIMAVERA NELLA BELA KRAJINA
Milka e Metod Badjura, Jugoslavia (Slovenia), 1952, 14’, B&N, 35mm

La Bela krajina è stata uno dei bastioni chiave della Lotta di Liberazione Nazionale durante la Seconda Guerra Mondiale, un territorio in cui fu stabilito anche un governo popolare di liberazione. Eppure, la maggior parte degli sloveni sapeva ben poco di questa remota regione lungo il fiume Kolpa, ad eccezione di quanto appreso da una manciata di opere letterarie. Milka e Metod Badjura sono stati i primi a portare sul grande schermo per il pubblico sloveno e jugoslavo le immagini dei suoi splendidi paesaggi, della sua gente e della vita quotidiana, oltre a una delle tradizioni popolari più importanti della Slovenia: il jurjevanje (la festa di San Giorgio). Sebbene abbiano ideato e diretto il cortometraggio insieme, solo Metod ha ricevuto il Premio Prešeren nel 1953 per quest'opera. Tre anni più tardi la coppia ha realizzato un seguito, Obnova v deželi svobode (1955), incentrato sulla ricostruzione postbellica e sulla modernizzazione della Bela krajina.


12704899317506030_kroparski_kovaci-5.jpgI FABBRI DI KROPA
Milka e Metod Badjura, Jugoslavia (Slovenia), 1953, 14’, B&N, 35mm

I manufatti dei fabbri di Kropa rientrano tra i capolavori artistici e artigianali più noti della Slovenia, sostenuti da una tradizione secolare. Oltre a mostrare numerose opere d'arte, Milka e Metod Badjura ripercorrono la storia della lavorazione del ferro a Kropa: dalla dura fatica di intere famiglie nelle vecchie case contadine fino a un artigianato organizzato e di gran prestigio, praticato prima nelle manifatture e poi nelle officine moderne. I registi evidenziano inoltre l'importanza dell'organizzazione dei lavoratori per il fiorire di questo mestiere: già mezzo secolo prima dell'avvento del socialismo, i fabbri di Kropa e le loro famiglie avevano fondato la propria cooperativa dei chiodaioli.


BRDA
Milka e Metod Badjura, Jugoslavia (Slovenia), 1960, 11’, colore, 35mm

Uno splendido omaggio cinematografico al territorio delle Goriška Brda e alla sua gente. Nel film, Milka e Metod Badjura presentano la zona come un luogo di rilevanza storica, terra di "mille anni di resistenza del popolo sloveno" e "ultima linea di difesa della patria". Ne ritraggono inoltre le bellezze naturali, le tradizioni popolari e l'arte, così come il lavoro agricolo legato soprattutto alle famose ciliegie di Brda e alle rinomate viti, che ancora oggi costituiscono una fonte vitale di sostentamento e un tratto distintivo della regione.


10393480615979028_koledniki_0003.jpgI CANTORI DELLA STELLA
Milka e Metod Badjura, Jugoslavia (Slovenia), 1967, 13’, colore, 35mm

Uno dei film più audaci di Milka e Metod Badjura, che trasformano il koledovanje — la consuetudine di Capodanno di andare di casa in casa nel paese — in un'ode all'esuberanza e all'allegria umana, mostrando al contempo, senza abbellimenti, il lato dionisiaco delle tradizioni contadine. Tra i cantori che compaiono davanti alla macchina da presa c'è anche Bojan Adamič, una leggenda della musica per cinema slovena, la cui fisarmonica e il cui spirito goliardico dettano il ritmo a una compagnia via via sempre più festosa.

Quattro stagioni di una pioniera del cinema

Milka Badjura (nata Kunstler, 1902–1992), insieme al marito Metod, ha lasciato un’impronta indelebile nella cinematografia slovena – dapprima come pioniera e in seguito come maestra del montaggio cinematografico. Molto meno noto, e ancor meno riconosciuto, è invece il suo contributo alla ricerca e alla rappresentazione della storia, della cultura e della geografia slovene. Già prima della seconda guerra mondiale, i Badjura, in qualità di cineasti amatoriali, avevano iniziato a esplorare gli usi e le tradizioni slovene. Fu in questo periodo che, anche a 28 gradi sotto zero, nacque il celebre Bloški smučarji (1932), così come il secondo lungometraggio sloveno, Triglavske strmine (1932), per il quale salirono per la seconda volta sul Triglav con la cinepresa. Con la loro società Sava film gettarono le prime basi di una seria produzione cinematografica slovena, mentre Milka, agli inizi, montava addirittura in cucina – naturalmente continuando a occuparsi di tutte le altre faccende domestiche.

«Il mio percorso verso il cinema sloveno è cominciato… oh, ne è passato di tempo. E a tracciarmelo è stato mio marito Metod. Lo aiutavo in tutto, sacrificavo innumerevoli ore che avrei dovuto dedicare alla casa e rinunciavo a tante cose, affinché potessimo girare i nostri film. All’inizio erano corti e fragili, così come erano modeste e fragili le attrezzature di cui disponevamo. Dovevamo vivere in un appartamento seminterrato (non sto nemmeno a raccontarle in quale parte avevamo allestito il laboratorio) e in cucina non mi limitavo a fare i lavori domestici, ma – montavo anche i nostri primi film», ricordava quegli inizi difficili sulle pagine della rivista Film, che la intervistò mentre montava il film di culto Vesna (1953). Al giornalista D. T. sembrò degno di nota il fatto che, davanti alla moviola, si aspettasse di trovare un uomo e invece si fosse trovato di fronte Milka.

L’aneddoto è molto significativo non solo per la sua vicenda cinematografica, ma anche per il destino di tante donne che, accanto a uomini creativi e affermati, sono rimaste nell’ombra, pur reggendo tre angoli della casa e spesso contribuendo in misura paritaria anche alla carriera del marito. Proprio nell’anno in cui uscì il grande successo Vesna, che senza il suo montaggio difficilmente avrebbe conservato la sua freschezza senza tempo, questa esperienza la visse anche Milka. Sebbene Pomlad v Beli krajini (1952) fosse stato concepito e diretto dai due coniugi insieme, il Premio Prešeren per il film fu assegnato soltanto a Metod. E questo già nella Jugoslavia socialista del dopoguerra, che aveva comunque garantito alle donne l’uguaglianza formale e le aveva almeno in parte sottratte alla reclusione domestica, offrendo loro un lavoro e incoraggiandone l’affermazione professionale.

Ma fu proprio Milka Badjura ad essere una delle donne che nel dopoguerra conobbero una vera fioritura professionale: tra cortometraggi e lungometraggi, montò più di cento film, e, come scrive la giornalista di Delo Stanka Godnič, con il suo «sesto senso per l’assemblaggio», «con impegno, dedizione e convinzione» aiutò «molti registi a completare il loro messaggio cinematografico». Quanto fosse profonda la sua dedizione lo testimonia una sua dichiarazione al settimanale 7D: «Non ho mai lavorato al montaggio per meno di dieci ore al giorno. Se era necessario, vi trascorrevo anche cinque giorni e cinque notti di fila; non conoscevo né famiglia né festività pur di portare a termine il film». E aggiungeva però che «i registi non hanno mai preso veramente in seria considerazione il lavoro del montatore, e ancor meno quella sensibilità che si possiede – oppure no – per natura». Non solo: fino alla morte si batté per la conservazione e la valorizzazione adeguata del patrimonio cinematografico che aveva lasciato insieme a Metod, tra l’altro anche recandosi più volte all’Archivio cinematografico sloveno. Lo ricorda l’attuale responsabile dell’Archivio, Tatjana Rezec Stibilj, che, in occasione dell’annuncio della nostra retrospettiva, ha scritto: «Mi fa piacere che abbiate scelto di proiettare i film in pellicola. Se c’è qualcuno che lo merita, è senz’altro la Badjura.»

Se la cinematografia jugoslava le riconobbe col tempo il giusto merito – nel 1955 con la targa della Cineteca jugoslava per il pionieristico lavoro nel cinema, nel 1968 con il Premio del Fondo Prešeren come pioniera e fondatrice della professione del montatore cinematografico, nel 1969 con la targa della Cineteca jugoslava per i cineasti documentaristi, e infine, nel 1985, con l’Ordine al merito per la nazione con raggi d’argento della SFRJ – nella storiografia cinematografica slovena, fino a tempi relativamente recenti, Milka continuava invece a comparire soprattutto come appendice del marito Metod, citata appena di sfuggita o non citata affatto.

La situazione ha cominciato a cambiare soltanto poco più di un decennio fa: quando Lubiana le ha intitolato una via; quando Zdenko Vrdlovec, nel suo libro Zgodovina slovenskega filma (Storia del cinema sloveno) del 2010, l’ha citata alla pari di Metod; e quando, nel 2023, il Centro sloveno per la cinematografia ha finalmente intitolato a entrambi il premio alla carriera nel campo del cinema, che fino ad allora portava esclusivamente il nome di Metod Badjura.

Oggi, proprio a causa di questa amnesia storica e della frammentarietà delle fonti, è praticamente impossibile distinguere il contributo e i ruoli rispettivi di Milka e Metod Badjura nei loro progetti cinematografici comuni. Nelle filmografie, alcuni film – soprattutto quelli realizzati prima della guerra – sono ancora attribuiti per la regia e la sceneggiatura al solo Metod, mentre per alcuni lavori del dopoguerra compaiono entrambi – mai, però, Milka da sola. Per questa retrospettiva abbiamo quindi scelto di presentare alcuni dei loro migliori cortometraggi nei quali Milka figura anche come regista e sceneggiatrice. Al di là dei dettagli bibliografici, questi film riflettono con chiarezza anche il suo straordinario senso per la materia cinematografica, per il ritmo e per il dettaglio, che infonde grande vitalità e autenticità nei racconti di regioni slovene remote, di antiche usanze, di importanti tradizioni e di persone singolari – rendendoli eterni e indimenticabili.

Primavera

La regione della Bela krajina (Carniola Bianca) fu uno dei principali focolai della lotta di liberazione nazionale durante la seconda guerra mondiale; qui vennero istituiti già durante la guerra sia il potere popolare sia una sala da cinema. Eppure la maggior parte degli sloveni conobbe a lungo questa regione remota lungo il fiume Kolpa soltanto attraverso rare opere letterarie. Milka e Metod Badjura furono i primi, già nel 1933, a portare la Bela krajina all’attenzione degli sloveni e degli jugoslavi con il cortometraggio Jurjevanje v Črnomlju, per poi tornare vent’anni dopo ad approfondire il loro lavoro con il premiato Pomlad v Beli krajini (1952).

In questo splendido cortometraggio, singolare intreccio tra lo studio etnologico di France Marolt, immagini magnifiche della natura, la gente del luogo, la sua quotidianità e una delle principali tradizioni popolari slovene – il jurjevanje, rituale primaverile legato a san Giorgio – si percepisce quasi fisicamente l’idillio della primavera nella Bela krajina e l’antico legame dei suoi abitanti con la natura. Alle splendide immagini di Metod Badjura, capaci di catturare il sole e la gioia della primavera che si risveglia, si affianca il montaggio sensibile e ritmicamente preciso di Milka, che passa senza soluzione di continuità dai campi lunghi del paesaggio alle inquadrature delle persone e ai dettagli della loro creatività. Se aggiungiamo il fatto che l’anno successivo Milka montò Vesna (1953) e che tre anni più tardi i Badjura tornarono con la cinepresa nella Bela krajina per filmarne la ricostruzione e la modernizzazione del dopoguerra in Obnova v deželi svobode (1955), possiamo senza dubbio definire questo periodo la sua seconda primavera – quella cinematografica.

Estate

Sebbene il film Kroparski kovači (1954) appartenga allo stesso periodo, sul piano sia dei contenuti sia della forma è completamente diverso. Comincia con leggerezza, con il gioco estivo di alcuni bambini nelle acque limpide di un fiume dell’Alta Carniola, dove trovano un’insolita testimonianza del passato che, attraverso il racconto del padre, trasporta loro e noi nella torrida storia di Kropa. Una storia inseparabilmente intrecciata al duro lavoro dei fabbri, che nell’arco di cinque secoli conobbe uno sviluppo straordinario tanto sul piano artigianale quanto su quello artistico e sociale. Di conseguenza, anche il montaggio è rapido, a tratti persino ruvido, come il ferro battuto dalle mani forti dei fabbri, mentre le immagini sono spesso scure come i volti degli uomini e delle donne che lavorano nelle fucine. Queste ultime, proprio come Milka, che agli inizi della sua carriera montava in cucina, si occupavano contemporaneamente della cucina, dei figli e del lavoro di forgia.

Oltre a precise immagini del lavoro e della vita delle famiglie di fabbri, il film offre numerosi dettagli dei manufatti di Kropa, annoverati tra i più celebri capolavori dell’artigianato artistico sloveno. I Badjura tracciano inoltre l’evoluzione storica della lavorazione del ferro, sviluppatasi dal pesante lavoro imposto a intere famiglie nelle vecchie abitazioni contadine fino all’artigianato organizzato e apprezzato delle manifatture e, infine, alla moderna officina industriale. Presentano anche l’importanza dell’organizzazione dei lavoratori, che contribuì alla fioritura dell’attività artigianale: a Kropa, infatti, i fabbri e le loro famiglie avevano istituito la propria cooperativa dei chiodai già mezzo secolo prima dell’avvento del socialismo.

Autunno

Nel 1960 i Badjura visitarono anche il Collio Goriziano, Goriška Brda, dedicandogli uno splendido monumento cinematografico dal semplice titolo Brda. Il film ne presenta l’importanza storica come «ultima sentinella della patria», le bellezze naturali, le tradizioni popolari e l’arte, ma soprattutto il lavoro contadino, legato in primo luogo alle celebri ciliegie e alla rinomata vite, ancora oggi fondamentali fonti di sostentamento e di riconoscibilità della regione. Brda è un film etnografico che, in modo del tutto insolito, si apre come un film d’avventura: una musica cinematografica incalzante accompagna un autobus in movimento che attraversa il ponte sull’Isonzo e poi sale lungo tornanti vertiginosi sopra il fiume, fino a raggiungere la prima vista idilliaca sui ciliegi in fiore.

Poi, con il verso di Alojz Gradnik «È primavera, vieni con me sulla nostra collina», ci invita a un viaggio attraverso il paesaggio e la sua storia, oltre il confine, tra la gente e le bontà del luogo. Ma la splendida primavera lascia presto il posto alla faticosa potatura estiva delle viti e al lavoro nei vigneti, e il film raggiunge naturalmente il suo culmine in autunno, quando viti e alberi danno frutti copiosi e cominciano la gioiosa vendemmia e la degustazione dei risultati di tanto lavoro.

Il fatto che per il testo di un film dedicato a luoghi così poetici abbiano scelto uno dei maggiori poeti sloveni, Tone Pavček, testimonia la loro sensibilità per la materia cinematografica, che seppero trasformare attraverso le immagini e il montaggio in un insieme di grande bellezza.

Inverno

Le Alpi innevate e idilliache e un villaggio dell’Alta Carniola avvolto nella neve e nel ghiaccio introducono uno dei film più audaci di Milka e Metod Badjura, Koledniki (1967). Dopo un’apertura così quieta e convenzionale, non ci si aspetta certo che il seguito trasformi il racconto dei canti di questua di Capodanno – l’antica usanza dei gruppi di cantori che visitavano le case del villaggio – in un inno alla giocosità e alla baldoria, mostrando senza abbellimenti anche il lato dionisiaco delle tradizioni paesane.

La vivacità delle immagini e il ritmo del montaggio aumentano progressivamente insieme alla baldoria e all’ubriachezza dei questuanti, fino a culminare in una spericolata discesa in slitta. Per garantire la giusta dose di autenticità, sulla slitta è stata collocata anche la cinepresa, che riprende la scena in soggettiva. I Badjura misero davanti alla macchina da presa, nel ruolo di uno dei canotri, anche una leggenda della musica cinematografica slovena, Bojan Adamič, che con la fisarmonica e la sua vena scherzosa dà ritmo alla compagnia, sempre più scatenata. In un ruolo secondario compare inoltre il maestro fabbro di Kropa Joža Bertoncelj, autore della storia alla base del film.

Žiga Brdnik